Nero sala ©

Esposizione permanente all’interno dell’Osteria

Fino dalla nascita Osteria della Sghisa si è caratterizzata per il proprio interesse nei confronti degli artisti della città nella quale è posta, Faenza.
Faenza ha come peculiarità proprio quella di essere una città d’arte, per cui non stupisce che i muri, i soffitti e gli arredi stessi del locale siano così preziosamente infestati da pezzi d’arte ceramica e non. Grandi maestri e giovani di belle speranze hanno impresso così un marchio visivo inconfondibile all’osteria, stracolma di una vivacità espressiva a cui contribuiscono anche il Freitag point e le spassose citazioni di arredo e di oggetti – da biciclette appese ai soffitti a poltrone da barbiere trionfanti all’ingresso che ne completano l’originalità.

Una vivace originalità che non si è fermata nei locali del sottosuolo ma che negli anni è risalita in superficie ed ha coinvolto, con stoica testardaggine, luoghi e progetti diversi, con il sempre coerente obbiettivo di leggere il territorio – non solo la città, intendiamoci – sotto il comune denominatore della creatività espressiva, in poche parole della cultura contemporanea. Sono nate così rassegne di cinema d’essai combinate a cene nel centro storico o a degustazioni in aziende vinicole, installazioni artistiche di arredo urbano.

Insomma, in un momento in cui spesso il problema della cultura contemporanea è che se ne parla moltissimo, ma che la si conosce ed aiuta a crescere davvero pochissimo, quelli della Sghisa ci provano davvero, con continua e convinta passione.

In questo percorso merita una sottolineatura e una nota di merito la collaborazione con Nero, artista che vive e lavora nella nostra città ma che porta il suo lavoro in Italia e oltre.
Ho seguito da vicino il lavoro di Nero sin dall’estate del 2003, quando fu selezionato dal proprio Istituto – il Ballardini di Faenza, per inciso – per partecipare al workshop con il primo artista in Residenza al Museo Carlo Zauli, Bruno Peinado. Ricordo perfettamente l’interesse, la voracità con la quale Nero affrontò il workshop, e non posso dimenticare l’energia con la quale da lì in poi mi ha sempre invitato a veder crescere il suo lavoro, fino ai propri recentissimi successi, arrivati grazie ad un continuo processo di discussione e analisi critica che gli ha permesso di superare di slancio gli ostacoli, spesso fatali, del materiale ceramico stesso, di un certo modo di innamorarsi della materia per la materia che è tipico limite di una formazione in una città ceramica.

Oggi, dunque, Nero è un artista non più inquadrabile nella sola dimensione della ceramica pure contemporanea, ma è un artista capace di progettare e di esprimersi a tutto tondo, utilizzando la ceramica tutte le volte che il proprio lavoro lo richiede ma efficacissimo nel trasmettere il proprio pensiero utilizzando altri strumenti formali.
In tale evoluzione tra i compagni di avventura che Nero ha trovato sulla sua strada – gallerie, curatori, eclatanti critici d’arte – la Sghisa ha sempre recitato un ruolo fondamentale, ha sempre offerto all’artista una collaborazione genuina ed entusiastica, così come nelle proprie corde, ma nitida e duratura.
L’ultimo e più ammirevole episodio di tale collaborazione è l’installazione che Nero ha realizzato in questi giorni per l’osteria, nella quale l’artista ha dimostrato di ricambiare la discreta attenzione di cui da qualche anno viene fatto oggetto.
Un’installazione che pur mantenendosi purissima nell’evidenza formale si inserisce alla perfezione nel clima e nello spazio del contenitore-osteria, esaltandone semmai l’ironia, l’attenzione al concetto di riciclo, i richiami a tempi lontani.
Un’operazione, dunque, che mi pare azzeccatissima per entrambe le parti, e che mi auguro faccia riflettere sul rapporto tra soggetti economici del territorio ed artisti, sul vero significato di presenza del contemporaneo in una città teoricamente votata alla causa, sulla differenza tra l’arte concepita (e trattata) come passatempo e come motivo di vita.

Matteo Zauli


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